Ecco un esempio di notizia che mi sconforta e mi lascia deluso e rammaricato dal fatto che da una notizia del genere uno ne può trarre soltanto una triste e malinconica conclusione: ecco un altro luogo del mondo a noi non più accessibile. E ve lo assicuro, non si tratta di una striscia di terra desolata e dimenticata da Dio come il Darfur (non me ne abbiano i loro poveri abitanti) o peggio di chilometri di sabbia e deserto come il Kuwait. La notizia arriva dal Libano e serve ad alimentare i dubbi e le incertezze di quanti ancora non fossero convinti che il Libano è rientrato nella spirale del non ritorno alla normalità. Da Alice notizie di oggi: “Sono almeno 20 i militanti di Fatah al-Islam uccisi dall’esercito libanese nel campo profughi di Nahr el-Bared. I combattimenti hanno causato la morte di oltre 300 persone, tra cui 154 soldati, 120 militanti di Fatah al-Islam e 42 civili”. Già il 2 Agosto l’ennesimo attacco allo stesso campo profughi faceva intendere che i combattimenti tra l’esercito e Fatah al-Islam erano bruscamente ripresi. Da quello che sosteneva EF’s blog ”circa 40.000 palestinesi, che vivevano nel campo, sono fuggiti a causa delle violenze che proseguono ininterrottamente da dieci settimane, il peggior conflitto dalla fine della guerra civile nel 1990″.
Da quando nel 1982 si consumò quella che da tutti fu chiamata “guerra israelo-libanese” o “prima guerra di Libano”, il Libano era considerato la Francia del vicino oriente. Dove tutto era possibile e dove le contraddizioni tra i ricchi giardini odorosi di gelsomino e gli edifici moderni facevano della sua capitale, Beirut, un esempio di nuovo e di antico, di voglia di dimenticare il passato, di ricostruire, di rinascere. Io ho conosciuto libanesi in passato, e di loro ho notato una forte spinta alla modernizzazione, al voler emergere per non restare indietro, per non rinunciare a quanto di buono porta la libertà. In venticinque anni, invece che andare avanti e puntare al futuro si è tornati indietro, ai tempi del dopo-guerra, quando la terra dei cedri non era che un approdo sicuro per migliaia di profughi palestinesi di Israele. Vecchie stradine tortuose sboccano in ampi viali e le nuove automobili appariscenti rivaleggiano con i carretti dei venditori ambulanti. Questa era Beirut, ma non solo. L’antica Biblo, sulla costa, è stata dichiarata patrimonio dell’UNESCO. Tripoli, seconda solo alla capitale in quanto a grandezza, è anche il porto ed il centro commerciale principale del Libano settentrionale. Tiro, fondata dai Fenici nel III millennio a.C. E poi Baalbek, città originariamente dedicata al Dio Baal (adorato dai Fenici) e che successivamente fu chiamata Heliopolis (città del sole) dai Greci, e che durante l’epoca romana divenne la capitale della regione della Siria. E poi ancora Bcharrè e la turistica Zhalé, sulle rive del fiume Birdawni. Quando si poteva visitare, il Libano era bello vederlo di Maggio, dove era possibile scegliere tra tante e diverse alternative di viaggio. Si poteva sciare sulle vette del Libano centrale oppure prendere il sole sulle vaste spiaggie, o ancora fare ricche passeggiate immersi nell’odore dei fiori freschi della splendida Bekaa Valley. Ad esempio, uno dei percorsi più affascinanti era quello che attraversava il Libano da Tripoli a Bcharré e Cedars. Un viaggio tortuoso, tra picchi di montagna e canyon naturali spettacolari, dove è facile lasciarsi coinvolgere dalle emozioni che regala la vista di tetti rossi delle case, del verde delle vigne e dei magnifici campi di ulivi.
Da un pò purtroppo tutto questo non è più possibile farlo. Un altro paradiso rubato all’umanità. Assieme ad altri, molti dei quali proprio della stessa regione geopolitica. Libano, ma anche Israele, Palestina e altri paesi del medioriente, sono luoghi verso i quali tutti sconsigliano di visitare. Nella speranza che i conflitti si risolvano il prima possibile e che soprattutto assieme ai civili si eviti di colpire e rovinare i ricchi patrimoni storico-culturali che invece sono di tutti e che nessuno ha diritto di toccare.



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