Libano, gli spettri del 1982: ancora 20 morti a Nahr el-Bared.

2 09 2007

Ecco un esempio di notizia che mi sconforta e mi lascia deluso e rammaricato dal fatto che da una notizia del genere uno ne può trarre soltanto una triste e malinconica conclusione: ecco un altro luogo del mondo a noi non più accessibile. E ve lo assicuro, non si tratta di una striscia di terra desolata e dimenticata da Dio come il Darfur (non me ne abbiano i loro poveri abitanti) o peggio di chilometri di sabbia e deserto come il Kuwait. La notizia arriva dal Libano e serve ad alimentare i dubbi e le incertezze di quanti ancora non fossero convinti che il Libano è rientrato nella spirale del non ritorno alla normalità. Da Alice notizie di oggi: “Sono almeno 20 i militanti di Fatah al-Islam uccisi dall’esercito libanese nel campo profughi di Nahr el-Bared. I combattimenti hanno causato la morte di oltre 300 persone, tra cui 154 soldati, 120 militanti di Fatah al-Islam e 42 civili”. Già il 2 Agosto l’ennesimo attacco allo stesso campo profughi faceva intendere che i combattimenti tra l’esercito e Fatah al-Islam erano bruscamente ripresi. Da quello che sosteneva EF’s blog “circa 40.000 palestinesi, che vivevano nel campo, sono fuggiti a causa delle violenze che proseguono ininterrottamente da dieci settimane, il peggior conflitto dalla fine della guerra civile nel 1990”.

Da quando nel 1982 si consumò quella che da tutti fu chiamata “guerra israelo-libanese” o “prima guerra di Libano”, il Libano era considerato la Francia del vicino oriente. Dove tutto era possibile e dove le contraddizioni tra i ricchi giardini odorosi di gelsomino e gli edifici moderni facevano della sua capitale, Beirut, un esempio di nuovo e di antico, di voglia di dimenticare il passato, di ricostruire, di rinascere. Io ho conosciuto libanesi in passato, e di loro ho notato una forte spinta alla modernizzazione, al voler emergere per non restare indietro, per non rinunciare a quanto di buono porta la libertà. In venticinque anni, invece che andare avanti e puntare al futuro si è tornati indietro, ai tempi del dopo-guerra, quando la terra dei cedri non era che un approdo sicuro per migliaia di profughi palestinesi di Israele. Vecchie stradine tortuose sboccano in ampi viali e le nuove automobili appariscenti rivaleggiano con i carretti dei venditori ambulanti. Questa era Beirut, ma non solo. L’antica Biblo, sulla costa, è stata dichiarata patrimonio dell’UNESCO. Tripoli, seconda solo alla capitale in quanto a grandezza, è anche il porto ed il centro commerciale principale del Libano settentrionale. Tiro, fondata dai Fenici nel III millennio a.C. E poi Baalbek, città originariamente dedicata al Dio Baal (adorato dai Fenici) e che successivamente fu chiamata Heliopolis (città del sole) dai Greci, e che durante l’epoca romana divenne la capitale della regione della Siria. E poi ancora Bcharrè e la turistica Zhalé, sulle rive del fiume Birdawni. Quando si poteva visitare, il Libano era bello vederlo di Maggio, dove era possibile scegliere tra tante e diverse alternative di viaggio. Si poteva sciare sulle vette del Libano centrale oppure prendere il sole sulle vaste spiaggie, o ancora fare ricche passeggiate immersi nell’odore dei fiori freschi della splendida Bekaa Valley. Ad esempio, uno dei percorsi più affascinanti era quello che attraversava il Libano da Tripoli a Bcharré e Cedars. Un viaggio tortuoso, tra picchi di montagna e canyon naturali spettacolari, dove è facile lasciarsi coinvolgere dalle emozioni che regala la vista di tetti rossi delle case, del verde delle vigne e dei magnifici campi di ulivi. 

Da un pò purtroppo tutto questo non è più possibile farlo. Un altro paradiso rubato all’umanità. Assieme ad altri, molti dei quali proprio della stessa regione geopolitica. Libano, ma anche Israele, Palestina e altri paesi del medioriente, sono luoghi verso i quali tutti sconsigliano di visitare. Nella speranza che i conflitti si risolvano il prima possibile e che soprattutto assieme ai civili si eviti di colpire e rovinare i ricchi patrimoni storico-culturali che invece sono di tutti e che nessuno ha diritto di toccare.

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2 responses

5 09 2007
Carlo

Questo del Libano è un argomento che mi tocca profondamente. Per tre anni, da universitario, ho convissuto con un ragazzo libanese e tra noi s’era instaurata una forte amicizia che purtroppo il tempo e le distanze hanno indebolito. Ora mi torna alla mente. Samer si chiama. La sua città natale dista pochi km da Baalbek, che lui descriveva sempre come una delle meraviglie del mondo. Mi parlava della sua terra con ardore, era chiaro che gli mancasse terribilmente, della casa e della famiglia. Molte sere le abbiamo passate a rivedere le foto dei suoi tanti fratelli, cugini e delle quattro nipotine (una bionda bellissima). Era entusiasta nello scorrere tra le mani quelle foto e suoi occhi tornavano a splendere. Uno zio in America, un altro fratello a studiare a Ferrara, tanti affetti sparsi per il mondo: difficili da raggruppare assieme per una festività . Ricordo di un anno che abbiamo fatto il Ramadam assieme, magico era ritrovarsi la sera a cucinare dopo il digiuno. Gustare un tè forte, libanese, alla mattina.
Da lui ho capito cosa sia davvero la nostalgia per la terra natia.
Dovrò andare un giorno a conoscere quelle persone che ho visto in foto, e sapere che quella terra, già di suo martoriata e concimata col sangue, è ancora teatro di morte mi addolora. Ma passerà, deve passare.
Complimenti per il sito e per le idee,
Carlo

5 09 2007
3nom1s

Carlo, grazie tante dei complimenti, ma questa volta devo farli io a te perchè il tuo commento aiuta ancora di più a capire la gente libanese e illumina a tutti un lumino di speranza che non cesserà mai di scaldare il nostro cuore. Commenti di questo genere aiutano il post ad essere più completo e quindi benvengano. Grazie ancora e a presto

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